«Ho detto che non mi fu possibile scriverti prima d’oggi perchè ero inferma. Sì, ero inferma; ieri e ieri l’altro mi ardeva una febbre ignota e stolta; non avrei saputo morire — guardavo le nevi scintillanti al sole, sentivo i primi tepori di marzo, vedevo i monti aspri e severi, fatti ad un tratto generosi e buoni, prodigare alla valle i loro fili d’argento per fecondare i germi impazienti di nascere, e udivo mille voci chiamarmi a nome; erano gli alberi che mi mostravano le loro gemme, i campi che vantavano il nuovo verde.... i loro figli! — Pensavo al mio, correvo a vederlo, a baciarlo; non avevo forza di dirgli addio per sempre. Ero inferma, come vedi. Ora sono guarita.

«E penso che la mia morte non solo è necessaria alla mia creatura ed a te, ma è utile a me medesima — tu mi potrai ridonare un po’ di quella stima a cui io aveva pazzamente rinunziato nel mondo e che un giorno si riconosce preziosa — tu potrai dire a mio figlio il nome di sua madre, mostrargli le sembianze con cui essa gli avrebbe sorriso se le fosse stato concesso di vivere per amarlo, insegnargli a benedirne la memoria, a pregare per essa. A pregare, Corrado, se anche tu non credi, insegnaglielo; tu non sai quanto bene faccia lo spalancare gli occhi, di notte, nel lettuccio, e guardare nel buio un mondo lontano.

«Insegnagli a non sgomentarsi delle ingiustizie della terra, perchè la giustizia è altrove; digli che coloro a cui la sventura non meritata insegna il dubbio sono pure le tristi creature — meno desolate se apprenderanno la fede da altre sventure, che siano frutto della loro colpa. E digli, oh! digli che fare il bene è un sacerdozio — perciò che non basta volere, ma bisogna anche essere degni di farlo.

«Lo abbiamo provato noi, Corrado; sappiamo ora che una legge austera regola anche le buone opere, e le nega agli indegni, e che questa austera legge è insieme la più generosa, perchè mette il bene di noi stessi a condizione di quello che vogliamo fare agli altri — lo sappiamo, Corrado.

«Per me è tardi; ho camminato troppo apertamente nella via della vergogna — più non mi è lecito ritrarmene; tutto il bene che io posso compiere oramai è di non lasciare nel mondo la mia vita come un inciampo.

«Per te è ben altro; hai errato, anima vagabonda, di piacere in piacere, senza contaminarti interamente; puoi ritrovare più tardi anche il conforto del bene che volesti fare e che non ti fu possibile. È forse questa pure una delle tante ingiustizie che offendono i nostri piccoli cervelli, i nostri cuori piagnolosi e gretti....

«Ma la giustizia è altrove — ed io spero che sarà fatta alle mie intenzioni come se fossero opere.

«Addio Corrado. Del prepotente amore che ti portai per tanti mesi, ancora tanto mi rimane da sentire la melanconica tenerezza di questa parola che ti rivolgo per l’estrema volta: «addio.»

«E tu affretta; il nostro bimbo chiede il mio ultimo, il tuo primo bacio.»

XXXVIII. Madre e figlio.