Una luce crudele si fece innanzi agli occhi di Corrado; fissò egli lo sguardo nello spazio, e vide, inorridito, Agnese bionda, pallida e santa come Grazietta, fra le braccia della morte, e gli parve d’udire un gemito lontano, come una vocetta che chiamasse la madre muta per sempre e respingesse il padre snaturato.

Poi gli balenò una speranza: «chi sa? tutto non è ancora finito, la sciagura aspetta forse la sentenza d’un giudice temuto.»

Era lui quel giudice!

Obbedendo ad un impulso generoso, mandò questo telegramma urgente ad Agnese, presso il mulino della Narcisa a V***:

«Credo tutto, risparmia una sciagura, un rimorso — io vengo.

«Corrado.»

Due ore dopo partiva, coll’anima in tumulto. Da principio il viaggio parve lungo al suo terrore impaziente, ma a poco a poco un’idea vecchia, uscendo dalla folla di tante idee nuove, mostrò la sua faccia beffarda al signor conte, il quale volse il capo per non vederla e di nuovo la vide, e non cercò di sfuggirla, e infine la fissò apertamente ricambiandole l’amaro sorriso.

«Arriverai in tempo, diceva quel sorriso amaro, ancora non è morta. Solo hai fatto un’imprudenza mandando un telegramma in cui prometti di venire.... perchè, non si sa mai, se veramente ha quella intenzione, ora che è sicura di te si ucciderà più presto. Per trovarla viva dovevi lasciarla in dubbio, farle credere che hai un macigno nel petto e che, morta lei, suo figlio, tuo figlio, non avrebbe più nessuno — ad ogni modo sta tranquillo, ancora non è morta».

Corrado, giungendo a Saluzzo, aveva ricuperato il dominio del suo pensiero: era tornato sè stesso; solo di mezzo alla glaciale indolenza con cui pareva prestarsi allo scioglimento d’una commedia troppo lunga, ogni tanto, obliandosi, scorgeva una sfiducia od un terrore che gli affrettava i palpiti.

La via s’inerpicava con giravolte astute su pei colli, per allungarsi poi come un nastro polveroso nella vallata; quando la diligenza andava su penosamente peggio d’una tartaruga, quando il cocchiere abbandonava le redini, quando i cavalli lasciavano penzolare il capo sfiduciati, allora tornavano i terrori a Corrado, il quale avrebbe voluto scendere a terra e correre. Ma era allora che, giunto in cima all’erta, il carrozzone cominciava a rotolare dalla china, facendo un chiasso assordante, accompagnato dall’ombra che, scavalcando siepi, saltando muriccioli e piante, pareva stentare a tenergli dietro — era allora che il signor conte, annicchiato nel suo cantuccio, udiva distintamente il conforto amaro: