— Agnese.... Agnese!
— Sta tranquillo; ora ti pare un estraneo, più tardi l’amerai più di te stesso — sì, sarà tutto nella tua vita il meschinello che hai guardato appena; e non il migliore dei padri per lui, ma suo padre, ecco che cosa sarai.... Vieni....
— Agnese, che vuoi fare? gridò lo sciagurato, trovando un accento di tenerezza sincera.
— La solo cosa onesta concessa alla vergogna — nascondersi. Ciò che in faccia al mondo sarà una buona azione, in faccia a mio figlio ed a te è un dovere.... Vieni....
— No, non vengo; promettimi di vivere, io credo tutto, riconoscerò mio figlio....
— Povero Corrado! rispose Agnese; tu mi credi? tu credi a me?... ah! non credere a te stesso, povero Corrado! Tutta la mia vita non è forse una menzogna? E il mondo, e gli uomini, e il cielo che permette il dubbio, non sono forse un’unica menzogna atroce? La morte soltanto non è bugiarda.
— Credo tutto, credo tutto....
— E allora vieni, disse Agnese baciandolo in volto; sento che ricomincio ad amarti.
Lo prese per mano e lo trasse nell’abitazione, in una stanzuccia dietro al mulino, dove, entro una culla di vimini, giaceva l’amorino cogli occhi chiusi.
La Narcisa cessò un istante di dondolare la culla, e subito il bimbo aprì gli occhi, il che fece dire alla balia: «è pieno di malizia — è un demonietto quest’angelo.»