Agnese non rispose, teneva lo sguardo fisso in volto a Corrado, il quale, obbediente a quello stimolo, si curvò e impresse un bacio lungo sulla fronte del piccino, che rialzò gli occhi.
— Come ti guarda! disse Agnese sotto voce. Poi, piegandosi essa stessa, ingelosita di quell’occhiata lunga:
«Non sono gelosa, no, ma io sono la mamma, la tua povera mamma, che....
Il resto della frase fu mormorato fra i baci.
Mezz’ora dopo, il bimbo dormiva; Agnese e Corrado, scostandosi sulla punta dei piedi, uscirono all’aperto.
Era notte fitta: la luna nascondeva la faccia dietro ad un monte, la vallata era invasa dalle ombre; a quando a quando balenava qua e là, nel buio, il solco luminoso d’una stella cadente. Poche voci d’insetti ha il mese di marzo, pochissime in quelle valli; si udiva solo il rumoreggiar del torrente, che pareva cresciuto d’intensità.
— Come sono felice! disse Agnese, e si avviò a passo lento pigliando per mano Corrado.
Camminarono lungo tratto in silenzio, docile il conte ad ogni capriccio della bella, ella obbediente alle idee che le passavano pel capo, arrestandosi talvolta di botto o camminando spedita.
— Non hai nulla da dirmi, Corrado? non mi parli di questo tempo passato? Non mi chiedi quanto ho patito? Non mi dici se hai tu pure sofferto?
— Perchè amareggiarci invano? rispose Corrado riluttante; il passato non è più.