Corrado, rimasto solo, rovesciò il corpo sulla poltroncina, curvò il capo sul petto e fissò gli occhi nel focolare.
Fra le strette di quattro tizzoni, una gran fiamma irrequieta si dibatteva, lamentandosi, senza potersi sprigionare; si faceva piccina per accarezzare le braccia nere che la trattenevano; poi irrompeva con uno splendore di rivolta, e di nuovo si contorceva, si ripiegava gemendo, tacendo, sprizzando scintille — piccoli fulmini di collera — invano; i quattro tizzoni, che parevano sbadati, all’improvviso aprivano un occhio, due, tre, dieci occhi, piegavano un istante per ripigliare una positura più salda.
Corrado seguiva le vicende della lotta, chiudendo tutto sè stesso in quel picciolo vano, incapace di staccarsene un istante per vagare nel buio che non ha confini, trasognato, senza pensiero, senza desiderio, senza ansia, come uno spettatore indifferente, come un ebbro di noia, il quale barcolli solo perchè dimentico dell’equilibrio.
Forse alcuna cosa dentro di lui lottava, come la fiamma, contro braccia invincibili; forse quel focolare gliene raffigurava un altro in cui ardeva una parte di sè stesso... forse — non ne aveva coscienza.
A certi guizzi della fiamma, correva per la volta bigia un tremolio d’ombre; bagliori di luce si avventavano nel buio dell’ampia camera, e sulle pareti, ora qua, ora là, s’affacciava un amorino.
Corrado non aveva occhi per la scena fantastica; continuava a stare immobile, col mento appoggiato sul petto e l’occhio fisso nella fiamma.
A poco a poco, una sensazione quasi impercettibile lo tolse a quella specie di dimenticanza di sè medesimo; e allora nell’infinito vuoto, nel buio infinito della sua mente, si fece strada qualche cosa che assomigliava ad un pensiero. Una voce domandò dentro di lui:
«Che è questo?
E un’altra dentro di lui rispose:
«È un profumo di viole, è un profumo venuto da lontano.