Corrado, che guardava attonito, non potè trattenere un’esclamazione di stupore e di piacere....

Non era Grazietta!

IX. Scena di commedia.

La bella creatura si fece innanzi senza staccar gli occhi dal visitatore ignoto; aveva il volto composto a quel seriume bizzarro, che accompagna la curiosità quando è così intensa da far dimenticare la dissimulazione; protendeva lievemente il corpo, stringeva le labbra.

Fra i dieci propositi, che balenarono in mente a Corrado, ce n’era uno savio troppo: balbettare quattro parole per iscusarsi dell’equivoco, volger le spalle e darsi alla fuga. Ma Corrado non aveva mai avuto paura di una bella donna.

Radunò tutti gli elementi di cui si componeva la sua moribonda fatuità di zerbinotto, fece un inchino e rialzò il capo con disinvoltura, lasciando balenare sulla faccia un sorriso che chiedeva perdono.

La signora Agnese era e non era disposta a perdonare, secondo i casi; lo diceva l’atto con cui sedette ed additò all’incognito una poltroncina.

Era questione di scioltezza e d’audacia, non bisognava incepparsi in una frase, nè prolungare il silenzio — pena il ridicolo. — Corrado non aveva la scelta, sapeva di far la parte d’un adoratore appigliatosi ad un partito eroico per dichiarare la sua fiamma, parte bizzarra d’una commediola piena di attrattive, perchè era proprio bella la signora Agnese.

— Non domando scusa, diss’egli arditamente; una colpa come la mia non conosce pentimento, non si accontenta di perdono.

— Che colpa è la vostra? domandò Agnese.