— A voi ne davo venti.

— Grazie, signor conte.

— Non mi chiamate signor conte, gli amici e le amiche mi chiamano Corrado.

Certo quella parola amiche veniva una settimana, un giorno od un quarto d’ora troppo presto; l’audacia fin qui fortunata aveva messo il piede in fallo. Paradosso dinamico: in faccia ad una bella donna, e un po’ in faccia a tutte le tentazioni della vita, quando si cessa d’andare innanzi, si retrocede. A Corrado parve densa di soverchio la nube che abbuiò la fronte alabastrina della signora Agnese. E pensava al rimedio, quando la bella, fissandogli in volto quel suo sguardo insistente di prima, e lasciando cader le parole ad una ad una col sussiego d’un’annoiata, disse:

«Per farvi ricevere avete nominato Grazietta.... La conoscete voi.... Grazietta?

Ricondotto al pensiero dell’altra, Corrado esitò a rispondere, e vedendosi guardato fisso, levò gli occhi al soffitto, dandosi l’aria di pensare. Poi disse:

— Di Graziette ne ho conosciute; ma confesso che ho pronunziato il primo nome venutomi sulle labbra, tanto per rompere la consegna e farvi annunziare la mia visita.... il primo passo per farmi ricevere.

Agnese pareva sbadata; era sceso un riccio di capelli ad accarezzarle la guancia, ed essa lasciava fare; poi lo ricacciò indietro con un moto brusco, il volto color di rosa apparve un istante circondato da un tremolìo d’oro — le tornò il sorriso.

— È curioso, disse; Grazietta era una mia amica.

— Davvero?