— Che cosa? domandò Corrado.
— Quello che dite.
Corrado cominciava a non saper più che dire; la distrazione inesplicabile della signora Agnese minacciava di prolungarsi, accrescendo le difficoltà sceniche della sua parte. Balbettò ancora qualche moncherino di frase, e non ricevendo in risposta che moncherini di parole, ammutolì anch’egli, e stette a guardare la bella languidamente negli occhi. Quell’adorazione scherzosa fu più fortunata, strappò uno scoppio di risa alla donna leggiadra.
«Scusate, disse, ho un pensiero importuno per il capo, ve ne siete accorto, non lo nascondo — ma vi ascoltavo, ho inteso tutto; mi trovate bella, mi avete vista dal balcone dirimpetto, cioè no alla svolta della cantonata, vi piacque il taglio della mia veste, vi ho tentato senza volerlo.... non avete resistito alla tentazione, ed eccovi. Non ho perduto nulla, come vedete.... E quando vi siete arrestato stavate per dire.... che cosa stavate per dire?
— Non avevo più nulla a dire; temevo di sembrarvi impertinente....
Suonarono le quattro ad una pendola.
Agnese volse in giro uno sguardo un poco turbato. Corrado fu in piedi d’un balzo; bisognava farsi perdonare l’ardimento non riuscendo importuno; era questo il significato palese del suo atto; il vero è ch’egli non vedeva l’ora di trovarsi solo, all’aperto, di troncare quella commedia.
— Mi permettete di venire a ringraziarvi della cortesia con cui mi avete accolto?
— Oh! sì, sì, ve lo permetto; tanto trovereste ben modo di far di meno del mio permesso....
Agnese, ridendo, metteva in mostra i dentini uguali, stretti, lucenti; gli occhi lampeggiavano, le anella dei capelli d’oro mandavano scintille; il bel volto era una luminaria.