Corrado non rispose, strinse fra le sue una manina delicata, salutò ed uscì a ritroso.

Non provò egli sul limitare di quel salotto un rimorso, un desiderio? Se pure lo provò, era già in anticamera, la cameriera lo aiutava ad infilare il pastrano — non era più tempo.

Nel mentre si volgeva di qua, di là, cercando l’uscio d’ingresso, e la fanciulla con un risolino singolare gli diceva: «da questa parte,» udì il tintinnio del campanello proprio sul suo capo.

Aperto l’uscio, apparve una giovinetta vestita a bruno. Corrado non seppe trattenere un atto di stupore.

Quella giovinetta mostrava un volto bianco come neve, sotto un vivo rossore, due occhi grandi, sbigottiti, color del cielo, due labbruzzi gentili, un’espressione tra titubante e sorridente, leggiadrissima — e sul visino da madonna un cumulo di capelli del più bel biondo.

Era lei! Era lei!

Corrado si trasse in disparte per lasciarla passare, e Grazietta passò, senza dir parola, levando un istante gli occhi e chinandoli tosto, con impaccio vezzoso, attraversò la stanza, battè due colpi all’uscio dirimpetto, scomparve.

E Corrado che, accompagnando coll’occhio la sua visione, si distraeva orribilmente, si ravvide, sorrise alla cameriera, pose il piede fuor della soglia.

L’uscio gli si richiuse alle spalle.

X. Grazietta.