Si volse; e immobile, senza pensiero, senza volontà, Corrado stette lì un istante a fissare senza sguardo la porta che chiudeva il bel sogno.

Il bel sogno! prima la splendida bellezza di Agnese, il suo riso squillante, i suoi sguardi profondi, il tremolìo dei ricci dorati intorno ad un volto diafano e voluttuoso — e poi una personcina gentile, una vesticciuola bruna e modesta, che non sa nascondere forme, modi e visino di fata — un sogno, un bel sogno!

Volse l’occhio in giro, poi lo abbassò; ai suoi piedi c’erano le scale — scese lentamente. E quando fu sull’ultimo pianerottolo, levò il capo a guardare in alto, stette ad ascoltare se mai qualcuno scendesse, e non potendo prolungare quell’aspettazione senza dar troppo spasso a due occhietti che scintillavano nel camerino del portinaio, finse di ravvedersi ed uscì.

Sulla via si fermò; guardando là dove supponeva fossero le finestre della bella, gli parve di scorgere qualcuno dietro i vetri, ma non ne era sicuro; ad ogni modo, si mosse, diritto innanzi a sè, con passo celere.

Alla svolta della cantonata si arrestò come giunto alla sua meta; fece prova di radunare le idee, di pigliare una determinazione, vide un caffè lì presso e fu tentato d’entrarvi; ma ebbe paura, se in quel mentre Grazietta uscisse, di perderla un’altra volta.

Che cosa era andata a far Grazietta in casa della cortigiana?

Come era bella nella sua vesticciuola nera!

Così l’aveva evocata — pallida, dilicata, gentile — così gli riappariva. Eragli bastato uno sguardo a leggerle in volto il breve tempo passato, ed ora ritesseva colla mente la picciola tela del suo gran dolore.

Sì, ma che cosa era andata a fare Grazietta in casa della cortigiana?

Quanti passavano vicino a Corrado, e lo vedevano lì, attaccato alla cantonata come un pilastro, si voltavano a guardarlo ed a guardare dove egli guardava.