Quando Grazietta vide l’ospite seduto, sciolse i nastri del modesto cappellino, domandò scusa con infinita grazia e sparve frettolosa dietro un uscio, dal cui vano socchiuso entrò subito il gorgheggio festoso di un canarino.
Tacque il gorgheggio, riapparve Grazietta senza lo scialletto nero e col capo scoperto, più bella che mai.
— Sono da lei, mi perdoni.
E sedette anch’essa sopra una seggiola. Corrado, volendo essere proprio schietto, avrebbe dovuto scongiurare la signorina di non badare a lui, di fare come se fosse sola e di lasciarlo lì, su quel divano, un quarticino d’ora, a contemplare una cosa che non aveva visto mai e che pure gli pareva di riconoscere: l’innocenza, o la sua immagine più somigliante.
E come accade, non sapendo egli stesso che fosse venuto a fare in quella casa, immaginò che la fanciulla lo avesse indovinato.
— Lei ha compreso?....
— Sissignore, appena sono scesa nella via e l’ho visto in distanza, ne ho avuto il primo dubbio; quando mi sono accorta che mi veniva dietro, allora ho compreso che lei aveva bisogno di parlarmi, ed ho detto: «il signor Corrado ha qualcosa da dirmi; lo aspetto? non lo aspetto?» Ma pensando che uno come lei non accompagna in pubblico una poveretta come me, ho tirato dritto.... anche perchè non sta bene che le fanciulle si fermino coi signori a discorrere sulla via. Mi sono però voltata due volte per vedere se lei perdeva la pazienza o se affrettava il passo per raggiungermi, che allora mi sarei fermata lo stesso. Ho fatto male?
E rinfrancata dal suono della propria voce, Grazietta fissò in volto a Corrado due occhioni azzurri e sereni. Come non rimanere estatico dinanzi alla purezza di quegli orizzonti? Dove erano i dubbi, dove erano i nugoli neri? Diradati, fuggenti.
— Ha fatto benissimo, rispose Corrado, ha fatto benissimo.
E non sapeva come andare innanzi.