Ma non rispondeva alla prima domanda.

— Ci va spesso in casa della signora Agnese?

— Spesso.... vado a prendere del lavoro ed a riportarlo quando l’ho finito. Non ha voluto che andassi a giornata in una bottega, e così sto in casa. Mario canta ed io lavoro.

Se la curiosità di Corrado non era sazia, il dubbio almeno era placato; non volle insistere di soverchio.

— E che lavoro fa?

Quella domanda, che avviava altrove la conversazione, gettò una luce sul visino della fanciulla, la quale, senza nascondere la propria contentezza, sollevò l’indice della mano sinistra e fece vedere il polpastrello punzecchiato dall’ago.

«Veda.

A Corrado quell’atto parve troppo repentino, quasi civettuolo. Perchè non aveva essa detto semplicemente «lavoro di cucito?....» Ah! Perchè l’ingenuità ha talvolta le sembianze della malizia? Pure, vedendo quella mano affilata e candida e quel ditino levato in alto come una minaccia scherzosa, lo scettico incorreggibile non si potè trattenere dal dire: «peccato!»

— Non è nulla, rispose Grazietta, ci sono avvezza, non fa male.

Nello spirito di Corrado era un’altalena di dubbio e di fede; dopo quarant’anni passati con certe fanciulle, poco si crede alla fanciulle, non si crede punto al candore. Solitamente le innocentine sono civette mal destre — si sa a memoria. Grazietta no; tutta l’anima le splendeva negli occhi, la sua stessa bellezza era il testimonio d’una virtù immacolata. Bastava guardare l’ammattonato roso e sconnesso, le pareti nude, i travicelli del soffitto ed i mobili modesti, che circondavano tanto lusso di forme, di gioventù, di grazia. Così faceva Corrado.