E la fanciulla, seguendone lo sguardo curioso, fissava anch’essa sorridendo l’ammattonato roso ma pulito, i travicelli da cui non pendeva nemmeno un ragnatelo, le pareti nude ma imbiancate di fresco; e vedendo sul canterano un bruscolo, che non ci doveva essere, si levò in fretta per toglierlo.
Corrado sbadatamente si rizzò anch’esso, e non l’aveva fatto, che già era pentito ed avrebbe voluto sedersi per prolungare la sua visita. La fanciulla, non comprendendo l’intenzione, gli domandò con un sorriso:
«Vuol vedere tutto il mio alloggio, vuol conoscere Mario?
Corrado la seguì.
— Ecco, disse Grazietta, come fu nella camera attigua, non c’è altro, ma io ne ho di troppo.
Era una stanzuccia gentile nella sua povertà; Corrado si arrestò sul limitare come in un santuario, vide il lettuccio in fondo, il tavolino da lavoro accanto alla finestra, e nel vano la gabbietta di Mario.
Non disse parola; quella semplicità gli dava come uno stordimento; pensava a mille cose. E quando un trillo lungo, squillante, finito con un salto audacissimo d’ottava, lo svegliò dalla sua estasi, appena appena seppe dir «bravo!» al piccolo virtuoso.
Pochi istanti dopo, metteva il piede sul pianerottolo per andarsene, quando si battè la fronte e ripassò il limitare.
«Senta, disse pigliando le due mani della fanciulla nelle proprie, senta, io potrei esserle padre, ho diritto alla sua fiducia e la pretendo. Me la conceda intera.
Grazietta lo guardava senza dir parola.