Corrado non sapeva ancora il come, ma era saldo sul che e sul quando: collocare Grazietta in qualche buona famiglia, dove stesse come figliuola, e ciò il più presto possibile.
Di buone famiglie egli ne conosceva poche, ma bastava una. La doveva essere una famiglia senza figli, di gente sul tramonto, che si sentisse allegrare il cuore tirandosi in casa una cara fanciulla di sedici anni, l’aurora; sopratutto, non ci dovevano bazzicare nipoti bruni, di primo pelo, per far girare la testina bionda.
Cercava, cercava, e non trovando nulla, pur sorrideva fra sè e sè come un fanciullo al quale venga proposto un quesito difficile, di cui abbia la chiave un babbo sorridente, che s’arrenderà alla fine. Già, siamo tutti fanciulli dinanzi al destino, ed è sempre un babbo arrendevole, quando si tratta di lasciarci fare il bene, quel destino tanto calunniato dai poeti. A Corrado, giunto appena in casa sua, la testa canuta del vecchio servitore fece svegliare una memoria addormentata.
— Dimmi un po’, Antonio; tu avevi una sorella una volta.... disse egli con accento ilare.
— Ce l’ho ancora, rispose Antonio, considerando l’ilarità del padrone colla diffidenza d’un servitore che sa il fatto suo.
— Quanti anni ha?
— È stagionata; la vien giù dalla cinquantina, ma senza fretta.
— E si chiama?
— E si chiama Valentina.
— Un bel nome.... ed ha marito?