«Signor Corrado.... ripigliò a dire la buona donna.

La risata, non più trattenuta, balzò dalle labbra del conte; il vecchio servitore lasciò spenzolare le braccia lungo i fianchi; Valentina ammutolì un istante, guardò l’uno e l’altro, e quand’ebbe domandato che c’era da ridere, senz’ottener risposta, riattaccò il filo:

«Signor Corrado, sono contenta di vederla di buon umore; segno che quello che ha da dirmi non le fa pena e non mi farà pena; tanto meglio.... e suvvia, lo dica pure, disponga di me; se è cosa possibile, faccia conto che le abbia detto «sissignore;» si sa, al mondo siamo in tanti per farci servizio a vicenda....

Questa volta ciò che era scritto negli sguardi di Antonio, commentato ed esplicato dai moti convulsi del suo corpo, raggiungeva quasi l’evidenza; ma la signora Valentina non aveva stima della mimica, ed era d’opinione che la lingua ci fu messa in bocca perchè ce ne abbiamo a servire nelle occorrenze più dilicate.

«Mi guardi, stringi le spalle, crolli il capo, fai segnucci e segnacci.... non ci capisco nulla, disse ella, oh! perchè vuoi che il tuo pensiero ti esca dagli occhi e dalle dita, mentre non hai che ad aprir la bocca?.... To’! eccoti immobile, ora.... la mi faccia la grazia, signor Corrado, gli dica un poco di parlare come lei ed io.

Antonio volle resistere, non ci fu verso; poichè anche il suo padrone pigliava la cosa ridendo, bisognava ridere.

Quando la signora Valentina ebbe ottenuto questo risultato coll’uso savio della propria lingua, tacque per non abusarne.

E Corrado, premettendo che la domanda che stava per fare alla signora aveva bisogno d’esser preceduta da una storiella, narrò ad un ascoltatore sempre più sbigottito e ad una ascoltatrice inalterabile, tutto l’episodio di Grazietta.

— Mi pare di volerle bene a quella povera creatura.... disse Valentina.

— Io non dovrei parlare perchè non c’entro, s’arrischiò ad osservare Antonio, ma sono sicuro d’adorarla.