Passò di mezzo al via vai della folla, giunse nella via Solferino, infilò la porta al numero 9, e salì le scale come un sonnambulo. Solo dinanzi all’uscio noto parve svegliarsi.

Suonò il campanello, gli fu aperto, venne introdotto nella sala.

Vedendosi un’altra volta in quel luogo olezzante d’un profumo acuto di narcisi e di giacinti, sentendo intorno a sè la presenza della bellissima donna, che là, in quel vano, eragli apparsa come una visione, non venne meno nel suo proposito; voltandosi a un tratto, e vedendo lei, lei stessa, la vaga creatura, fece un inchino troppo profondo, ma fu l’unica sua debolezza. Riacquistò subito l’imperio di sè stesso, sorrise a lei che sorrideva, e come la vide seduta, sedette egli pure. Agnese sorrideva sempre, e Corrado pensò che era quello un cattivo artifizio per nascondere l’imbarazzo.

Gli bastò un’occhiata per comprendere che la bella aveva un disegno; per sgominarlo più sicuramente, ricorse alla botta improvvisa.

«Signora, egli disse garbato ma freddo, la prima volta che venni da voi a nome di Grazietta, era un pretesto; questa volta vengo a domandarvi di Grazietta.

— Ed è un pretesto....

— Nossignora; vengo proprio per chiedervi: «dov’è Grazietta?»

— Ecco, rispose Agnese, dopo un istante di stupore, che pareva genuino — ecco.... poichè m’interrogate, lasciate fare una domanda a me pure.... ma promettete di rispondermi.... promettete?....

Lo canzonava. Come dubitarne?

— Chi è questa signora Grazietta, che vi sta tanto a cuore?