Agnese, dopo aver messo innanzi la sua trincea, si credette probabilmente al sicuro, e per confondere meglio l’avversario fece la sbadata, seguendo colla punta del piedino il contorno d’un arabesco del tappeto. Ma quando ebbe finito e rialzò il capo, vide gli occhi di Corrado così ostinatamente scrutatori, che fu costretta a chinare i suoi ed a guardare qua, là, non sapendo dove metterli.

— Voi sapete meglio di me chi sia Grazietta, disse Corrado lentamente; Grazietta è qui.

Agnese scosse la testa con un atto dispettoso e piantò uno sguardo sfacciato in volto all’importuno. Ma questi, forte del suo proposito:

«Siete schietta, ve lo leggo in faccia, mal sapreste dissimulare; non lo negate dunque, Grazietta è qui.

— E perchè dovrei negarlo? domandò Agnese con accento fiero.

— È quello che dico anch’io, perchè dovreste negarlo? È inutile cercar di nascondere una cosa che cento bocche mi sveleranno, sol ch’io interroghi. Vedete un po’: posso piantarmi alla vostra porta o metterci in sentinella una persona fidata per scoprire ogni vostro passo, per vedere chi entra e chi esce; sarebbe una noia per voi, ve lo assicuro, ma nessuno me lo può impedire. Posso anche far parlare il portinaio o la cameriera — vi sono argomenti a cui le cameriere non resistono ed i portinai nemmeno — lo sapete — e sapete anche che non bisogna mai metterci a rischio di dover licenziare una brava ragazza che ci serve bene.

Diceva queste parole scherzosamente, e intanto seguiva cogli occhi il piedino della bella, che, uscito un’altra volta dal suo baluardo di sottane, contornava l’arabesco.

Agnese, senza smettere dalla sua occupazione, e coll’accento pacato e monotono d’uno ch’abbia preso una determinazione irremovibile, rispose:

«Ebbene, sì, non lo nego; Grazietta è qui. Che volete da Grazietta?

Questa domanda fredda e sdegnosa tolse un istante a Corrado il coraggio di proseguire, rivelandogli a un tratto una volontà di macigno contro cui doveva rompere ogni suo proposito. E fu con palese titubanza che ripigliò a dire: