—Stammi bene, disse il pittore, e buoni affari.
Lasciò la bottega e nell'avviarsi al tribunale passò rasente al brutto ceffo che tornava verso la bottega di Venanzio.
Sebbene fossero le nove sonate, quando Giusto arrivò al Palazzo di Giustizia, l'usciere non era ancora al telonio a preparare le citazioni e a radunare le sentenze per notificarle. Che ne era avvenuto? Niente altro che questo: Ippolito s'era ammalato d'indigestione, volgarità indegna d'un magistrato, ma che può toccare anche al primo presidente. Giusto lo troverebbe a casa, a letto.
Queste notizie gli vennero date da un altro ufficiale giudiziario, il quale anzi raccomandò di dire al collega malato che quella tal citazione verrebbe fatta prima del mezzodì.
E Giusto via, a picchiare alla porta del suo terzo cugino.
Gli fu aperto dalla figliuola di Ippolito, una cuginettina perduta di vista da molti anni, un amore di bimba non avente proprio l'aria di essere tanto vicina alla curia e al tribunale; ne pareva anzi lontanissima, tanto era bianca, bionda, e gentile; e pure anche il giorno prima quell'amorino ingenuo aveva riempito molta carta bollata indegna di un suo caratterino nitido e bello, senza domandarsi conto di quanto faceva per contentare il babbo.
—Chi è? domandò appena ebbe schiuso l'uscio, e subito soggiunse: è lo zio Giusto.
—Non sono tuo zio, ma tuo cugino, tienlo in mente…
—Il babbo dice che sei zio, ma se tu vuoi essere mio cugino, lo preferisco quasi; vieni pure, ma il babbo sta male, perchè ieri ha lavorato troppo…
—L'altro usciere mi ha detto che ieri ha mangiato…. e gli ha fatto male.