Giusto chinò il capo, e disse ancora una bugia, assicurando che non desiderava di meglio…
Alle diciassette, rientrava nelle sue stanze abbandonate, e spalancava le due finestre, perchè con l'aria settembrina vi entrasse l'alito di nuova gioventù che porta seco la guarigione.
VI.
Ma Giusto non era contento fin che non avesse visto la sua Cristina, e quando fu domenica ricominciò la visita delle tre chiese; cominciò da S. Lorenzo, che era la più lontana, passò per S. Giorgio e poi, con poca speranza, finì a Sant'Alessandro, ed ebbe proprio la fortuna di veder Cristina sua scendere la gradinata, mentre egli imboccava la piazza. La fanciulla del suo cuore era quasi sola, perchè la fantesca era sorda come un campanone, e a dirle quattro paroline come all'occasione il grande artista ne sapeva dire, diventerebbe cieca e muta. Giusto affrettò il passo.
Quando fu accanto alla cuginetta, le prese paternamente un braccio, e la ragazza voltandosi, disse:
—Oh! che piacere; zio Giusto!
Invece di protestare, il pittore accettò quel grado di parentela, pensando che agli occhi della fantesca la famigliarità di zio è forse una cosa lecita, mentre da tempo immemorabile i cugini hanno poca reputazione.
E tenendo la mano della nipotina, se ne andò lentamente con lei lungo la via Olmetto. La fantesca, come se fosse necessario, si era tirata indietro per non stare ad ascoltare i discorsi dei padroni, e così, senza perder tempo, Giusto informò Cristina d'essere stato a cercare di lei quando essa era a Barzanò, d'aver girato mezza la notte intorno alla casa dove la sua cara ammalata soffriva, senza potervi penetrare, e che si era poi buscato il tifo.
—Il tifo! ora sta bene?
Benone!, sopratutto se Cristina acconsentisse a una proposta che il pittore le farebbe.