—Io, no, non posso aspettare perchè sto diventando vecchio, volle esclamare Giusto, ma sentì sfuggire la mano di Cristina.
—Ecco il babbo!
E veramente l'usciere veniva loro incontro con la solennità delle grandi occasioni, almeno così parve ai due colpevoli; invece quando fu a tiro, l'ufficiale giudiziario aprì le labbra a un sorriso amabile.
—Chi vedo qui con mia figlia? Sei dunque guarito bene? Abbiamo avuto tutti una paura, una paura… Non è vero, Cristina?
Cristina guardò suo padre in un certo suo modo ingenuo e non rispose nulla.
—Sicuramente, era il tifo addominale; forma leggiera per fortuna, se no, caro il mio Giusto, te ne andavi ad patres; lo dicevamo sempre in casa, non è vero, Cristina, che lo dicevamo? quel poveretto se la vede brutta, e ce la fa vedere brutta a tutti quanti… Non è vero, Cristina?
Ma no, non era vero niente affatto; e per quanta fosse la contentezza della buona ragazza nel veder così trasformato suo padre, non volle mentire per compiacenza.
—Ti sbagli, babbo; io non ho mai saputo a Barzanò che lo zio fosse ammalato; ne seppi qualche cosa tornata a Milano, ma non credevo una malattia così grave…
—Ah! sì, è vero; a te non s'era detto nulla perchè tu stessa eri stata ammalata; avevi la pleurite falsa. Dunque, cugino caro, ora vogliamo mettere un po' di carne attorno alle ossa, non è vero? perchè sei dimagrato un poco… ma poco veramente… e… scommetto che tu venivi in casa mia?
Dai modi dell'usciere, dalle sue parole, Giusto argomentava, senza paura di errore, che il notaio, o la notaia, avesse messo in circolazione le clausole del testamento, e si sentiva preso allo stesso tempo dalla soddisfazione che la burletta gli fosse riuscita, dallo scrupolo che fosse riuscito troppo, e da una contentezza veramente stupida, come se la somma della quale aveva disposto per testamento gli ballasse entro la saccoccia.