Giusto a capo basso pensava:
Non vi è dubbio che il notaio si è sbottonato in faccia alla notaia; ed è certissimo che la notaia ha portato in giro per Milano la notizia del testamento. Ora questo usciere minchione è tentato di credere che io sia ricco e avaro, sta pensando un po' al pignoramento e alle mille lire, ma finirà col mettere ogni cosa in conto della mia avarizia sordida. Posso sfruttare la falsa opinione di mio cugino perchè si lasci uscire di mano sua figlia, sposarmela ed esser felici a dispetto di tutti; ma io non posso incoraggiarlo con una parola, nemmeno con una sillaba, non posso proprio; la corbellatura per celia mi piace, l'inganno mi repugna.
Così pensosi entrambi arrivarono allo studio.
Sulla lavagna dell'uscio, dove Giusto aveva scritto col gesso: «uscito alle nove; sarò di ritorno alle dieci», si leggeva: «Prete Barnaba arrivato alle dieci e ha aspettato un quarto d'ora, tornerà prima delle undici;» e ancora: «Prete Barnaba tornato alle undici, verrà mezzodì…»
—Nostro cugino Barnaba! esclamò il cugino Ippolito; che diamine vuole da te?
—Non lo so.
Ma quasi lo sapevano entrambi.
Giusto guardò l'ora; altrettanto fece l'usciere: poco mancava a mezzodì, l'ora del pranzo dell'ufficiale giudiziario; ma Ippolito non lo disse, perchè se prete Barnaba arrivasse all'ora giusta, direbbe la ragione dei quattro viaggi in meno di due ore.
Ippolito andò in giro per lo studio, ad ammirare le tele incominciate, dichiarando a voce alta che gli sembravano portentose, costringendo l'artista ad arrestarsi a un certo punto per ammirare anche lui l'opera propria.
—Ma sai che sei un grande artista! In verità non lo avrei mai sospettato; noi uomini di legge siamo tanto lontani dall'arte… ti voglio confessare che non ti credevo capace di essere un gran pittore… e sai perchè?… perchè sei mio cugino… Me lo credi?