Il suo capolavoro doveva essere una Cleopatra, ma tutte le modelle vedute non lo contentavano; una sola aveva le attaccature delle braccia incensurabili, e per rifare il sorriso amaro della morte e dell'amore non vi era altri che lei; solamente, essendo, ricercata da molti, bisognava pagarla tre lire l'ora. E Cleopatra aspettava.

I parenti di Giusto non erano molto prossimi; il più vicino era fratello uterino di suo padre buon anima; lo zio Bortolo aveva fatto il macellaio per vent'anni e s'era messo a riposare dalla macellazione per negoziare i buoi, per il macello, s'intende, che quell'uomo di pasta antica non poteva separarsi, fin che avesse un alito di vita, dalla sua passione.

Lo zio Bortolo aveva messo da parte un po' di denaro, ma ne avrebbe avuto assai più se non gli fosse toccata la disgrazia di generare due figliuoli dello stesso sesso, uno più scioperato dell'altro, i quali altro non facevano se non spolpare il genitore. In oltre lo zio Bortolo aveva un vecchio rancore col fratello, ancor che fosse morto e sepolto, e non vedeva di buon occhio la pittura per una disgrazia toccata all'insegna della sua bottega.

Quell'insegna era una testa di manzo magnifica, come Bortolo ne aveva staccato tante dalle bestie macellate; a giudizio delle cuoche del vicinato era parlante, e il macellaio già si rallegrava della sua pensata, quando gli era piombata la contravvenzione perchè prima di esporre la testa parlante del manzo miracoloso non aveva domandato il permesso al Municipio e pagato la relativa tassa. Bortolo si protestò innocente, dichiarò di non averlo fatto apposta, ma non vi fu verso e dovette pagare. Così quell'insegna, che lo aveva rallegrato un giorno, sembrò poi messa lì solo per riaprire una vecchia piaga per tutto il resto della vita.

Un altro parente prossimo di Giusto apparteneva alla Curia in qualità di usciere; doveva odiare anche lui la pittura perchè si era empito la casa di oleografie e nella sua qualità d'uffiziale giudiziario guardava dall'alto in basso il cugino pittore; si chiamava Ippolito.

Un altro cugino aveva bottega d'orologiaio e orefice in Ponte Vetero e si diceva che rivendendo bene gli orologi acquistati male dagli speculatori di Piazza Castello, che è a due passi, egli si fosse messo da parte un bel gruzzolo; si chiamava Venanzio.

Un altro cugino era prete. Diceva la prima messa, che è la meglio pagata per la difficoltà di alzarsi la mattina di bonissima ora; aveva la sottana sfritellata; i collarini sudici erano una sua specialità.

Costui almeno era venuto qualche volta a trovarlo in studio, e si dichiarava a tutto pasto appassionato della pittura religiosa, ma se appena appena Giusto scopriva le nudità d'una tela di genere pompeiano, o turco, o indiano, prete Barnaba lasciava Cristo a cena con gli apostoli e Cristo in croce per ammirare da vicino e da lontano un po' d'arte mondana. Molte volte aveva manifestato al cugino pittore la tentazione fatale, da cui era preso ogni tanto, di ordinargli una Madonna dei sette dolori per la cappella ove diceva messa, ma sperava di resistere, e veramente aveva resistito fino allora.

Ma non resisterebbe più quando Giusto gli avesse fatto intendere la propria necessità di consegnare all'esattore una somma che non aveva; di sicuro, per non lasciarsi salassare impunemente, il prete comprerebbe la Madonna dei sette dolori per lire mille.

Quel giorno medesimo il pittore andò a trovare suo cugino. Per via aveva una baldanza curiosa di uomo sicuro del fatto proprio; nell'androne di sagrestia cominciò a penetrargli nell'animo un dubbio amaro; e in faccia al reverendo il maestro aveva la fisonomia somigliantissima d'uno scolaro che non sapesse la lezione.