Camminando di buon passo sulla via pensava al caso suo, che ora gli sembrava più difficile che mai.

A quale altro parente doveva rivolgersi ora?

All'orologiaio di Piazza Castello, o all'usciere Ippolito, o a zio Bortolo macellaio? L'orologiaio apriva il negozio di Ponte Vetero alle ore otto in punto, l'usciere andava in tribunale non mai prima delle nove, e fino a quell'ora il negoziante di buoi arricchito dal macello non si moverebbe dal suo letto. Erano le cinque in punto; e recarsi a casa dei suoi cugini a quell'ora mattutina a chiedere un prestito di mille lire, non parve a Giusto molto prudente; se ne andò allo studio a riflettere meglio. Con la tavolozza in pugno, buttando qua e là qualche pennellata sopra una di quelle tele destinate a non essere mai finite, che tutti i pittori ne hanno sempre una almeno, si erano affacciate tutte le migliori idee di Giusto. Così fece.

Egli aveva appunto una gran tela intitolata il Paradiso terrestre, dove nello spazio di due metri aveva ammucchiato tutte le seduzioni dell'inferno; vino colante da brocche rovesciate sulle mense; donnine seminude addormentate nel dare un bacio a giovinotti brilli, alcuni dei quali caduti fra le gambe della tavola; dadi e carte da giuoco sulla tovaglia e in terra, stoviglie d'argento luccicanti al sole affacciato da un finestrone a guardar lo spettacolo disameno. Quel quadro concepito in una giornata di orgia, che aveva dato a Giusto una nausea memoranda, non era stato compiuto per la solita causa, perchè le donnine allegre, le quali gli avevano servito una volta di modelle, non erano tornate più a mettersi in posa.

Tuttavia la tela non era stata cancellata, e nei momenti scabri delle sue giornate il gran maestro vi dava volontieri qualche pennellata per rinforzare il tono d'un viso baciato dal sole, o un'ombra sotto la tavola, e per farsi venire le sue idee migliori. Quella mattina l'idea fu questa:

«Io la faccio in barba all'esattore, il quale dovrà rimanere con due spanne di naso a dir poco; io mi rifugio all'estero in un paese meno barbaro che non sia questa nostra Italia di Michelangelo e di Raffaello; io me ne vado in Isvizzera, a Lugano.»

Con poche pennellate di biacca sgorbiò un po' di fondo di tela non ancora coperto di colore, e si tirò indietro per riconoscere che quell'albore rinforzava benissimo i toni di tutto quanto aveva messo fin qui sul quadro, e bisognava proprio scegliere una sala bianca, tutta marmi di Carrara, o stucchi e oro. Pensò ancora.

«Da poco in qua i pochi Russi viaggianti si fermano in Isvizzera, nel Canton Ticino, che è come un pezzo di Italia, a Lugano, città di alberghi… I Tedeschi poi non vengono in Italia senza passare il Gottardo e fermarsi a Lugano; quando il forestiero sappia che a Lugano vi sono io, vorrà fare una visita al mio studio. Chissà quante belle migliaia di franchi in oro metterò da parte senza dare un centesimo al mio caro esattore. E quando avrò le migliaia, potrò forse pensare…»

A che cosa? Egli interruppe il proprio pensiero, perchè gliene venne un altro.

—Sì, ma a Lugano non vi è la Chiesa delle Grazie, non vi è il
Cenacolo di Leonardo da Vinci; e come faccio io?