Credevo che parlasse della nostra casa.

— La fortuna ci sorride; vedrai che quest'inverno farò dei ritratti e dei quadri di genere, e li venderemo. E l'amico Valente che cuore d'oro! —

Avrei voluto aggiungere: «E che bella donnina sua moglie!» ma la prudenza mi consigliava di tacere.

— E che bella donnina sua moglie! — disse Annetta.

— Sì.... bellina.... un po' piccola.

— Sentitelo! bellina! di' che è bellissima, non ne sono gelosa, è troppo bella!

II. L'amico Valente.

Bisognava vedere il nostro quartierino otto giorni dopo, quando mia moglie vi ebbe messo i suoi mobili ed io l'ordine! È più facile farsene un'idea, immaginando un insieme molto bellino, molto pulito, molto allegro, molto simmetrico, che descriverlo — perciò non lo descrivo.

Ho detto che i mobili erano di mia moglie, dirò il resto alla libera: anche le lenzuola, le tovaglie e le poche cedole al portatore, che ci innalzavano alla dignità di creditori dello Stato, tutto era di mia moglie; io non possedevo al mondo altro che due cavalletti, dodici pennelli, otto tavolozze, alcune tele di genere rimaste invendute, pochi spiccioli in un cassetto e molta economia. Non crediate però che, sposandoci, la mia Annetta credesse d'aver fatto un carrozzino (come si dice) ed io un buon affare; ci sposammo, perchè ci piacevamo, perchè ci volevamo bene, e se i nostri mobili si fossero provati a mettere la discordia fra noi due, credo che ne avrei fatto tanta legna da ardere senza metafora nel focolare domestico, e che mia moglie mi avrebbe dato mano. Erano mobili di noce, lucidi, ma serii, ben saldi sulle gambe, bene equilibrati, mobili poco mobili, che se ne stavano al loro posto. Tutti i cassetti aprivano e chiudevano senza farsi tirare, senza farsi mai mandare a quel paese dal marito, il che può essere pericoloso, quando i mobili sono della moglie — parlo per conto del prossimo.

Bisognava vedere — e perciò appunto un giorno il mio amico Valente fece le scale e se ne venne disopra a fare il curioso.