Mentre guardavamo con un sorriso d'ammirazione, quel piccolo capolavoro ci fu al fianco, ed io vidi che, essendo molto più piccina di tutti noi, la signora Chiarina pareva grande egualmente. Era fin'ora il più bell'argomento che avessi trovato in prova di quella profonda verità filosofica: cioè che l'universo non ha grandezze, ma armonie, e che tutto è grande ad un modo rispetto all'ordine universale delle cose.
Se ne siete persuasi anche voi, tiriamo innanzi.
Era bella proprio la signora Chiarina? Oh! sì, bella proprio. Ma non chiedete come avesse il naso e la bocca, e di che colore gli occhi ed i capelli; ora io lo so, ma quel giorno non lo vidi; notai soltanto, e perciò s'ha a dirlo a questo punto, che aveva una faccetta bianca, e lo notai perchè quando io chiese a Valente: tua moglie? la faccetta bianca si fece tutta rossa.
— Il mio amico Ferdinando, di cui ti ho parlato tante volte, la sua signora.... — disse Valente con una disinvoltura curiosa, che pareva impaccio.
La signora Chiarina inchinò quel suo corpicciolo di fata, ci regalò un sorriso, un bel sorriso, poi sparve dietro l'uscio e la sentimmo correre e ridere nell'anticamera.
— È come una fanciulla! — disse Valente.
Ci stringemmo forte la mano, e addio, cioè, a rivederci.
Quando fummo da basso, mi piantai come un palo innanzi al portone a guardare la strada, che era larga e quasi diritta, una delle più aristocratiche di Milano; a guardare la facciata del palazzo, che aveva tre piani ed era stato costrutto senza economia; a guardare le doppie vetrate delle finestre; a guardare le cortine di pizzo che si vedevano dietro i vetri lucidi; ma quando vidi o mi parve di vedere una faccetta bianca dietro a quelle cortine, allora me ne andai subito.
— Ti piace? — domandai alla mia Annetta.
— Tanto, mi ha innamorata.... mi par già di volerle bene. —