Ancora non avevamo proferito una parola, quando il signor Bini, che era rimasto come inchiodato sul limitare, si staccò, si volse, infilò l'uscio e sparve; ed io, rimasto solo, incominciai:

— Il signore... —

Lui zitto, cogli occhi fissi nelle vetrate.

— Il signore, — proseguii — è Giuseppe Salvioni... è lei che ha scritto una lettera al signor Nebuli?...

— L'ho scritta. —

Egli continuava ad esaminar le vetrate, io cominciavo ad esaminar lui. Ciò che fermava il mio sguardo era una grossa catena d'acciaio, la quale col suo peso gli faceva venir fuori più che mezza, dal taschino slabbrato del panciotto, una chiave piccina. — E povero il mio Salvioni, com'era vestito! — Una giacchetta d'un colore che non è in natura, d'una stoffa che in origine — Dio sa quando — era stata venduta forse per tutta lana, ma da cui era scomparsa oramai la poca lana che il fabbricante ci aveva messa per iscusare la sua bugia; gli annodava il collo una cravatta, anch'essa nera, ridotta dalle cattive pieghe, che sono come chi dicesse le cattive abitudini delle cravatte, a parere il cordone d'una bara.

A un tratto, mentre io faceva quell'esame, il signor Salvioni impacciato della mia curiosità uscì a parlare con una voce secca, nervosa e petulante:

— Sì, la lettera gliel'ho scritta io; non ho aspettato la sua risposta, perchè ho potuto sapere altrimenti dove stava di casa, e sono venuto! Lei cerca colle gazzette un Salvioni; eccone uno; ne faccia quello che vuole. —

Così parlò egli, senza staccare gli occhi dalla finestra, ed io tra sbigottito e commosso domandai:

— Il signore non sa di che si tratta?... Ma dunque...