Poi alzò il capo, fece una smorfia dolorosa per darci a credere che sorrideva e disse:
— Sì, signora... ho una bambina di nove anni... si chiama Angela. —
Noi stavamo zitti, ed egli, tenendo gli occhi immobili e come fissi nella sua sciagura, ripigliò:
— Sì, signore, ho una bambina di nove anni, si chiama Angela, e il suo nome non è una bugia... come... Fino a dieci mesi essa aveva la mamma che aiutava a cucire colla macchina, io, facendo lo scrivano da un avvocato, guadagnavo quasi due lire al giorno — si era troppo felici! Ecco mia moglie si ammala, sta un mese a letto, spendiamo tutti i nostri risparmi in medicine — muore. La piccina piange, vuole la mamma, si ammala essa pure — io abbandono l'avvocato per non lasciar sola la mia creatura; cerco lavoro di copista a casa — ma perchè ne ho troppo bisogno non ne posso trovare. E allora di nascosto vendo le vesti della povera morta!
A questo punto il signor Salvioni si credette in obbligo di farci vedere, colla smorfia di poc'anzi, che egli non era commosso niente affatto, che al contrario sorrideva.
Poi disse con invariabile monotonia d'accento:
— Angela aveva una grande amica, la sua macchina da cucire — le parlava, l'accarezzava, le voleva bene; le diceva d'andare più presto o più lenta, e se saltava i punti le faceva dei rimproveri. Quando il lavoro era avviato e lo vedeva correre senza intoppi, Angela cantava. — Dopo le vesti della morta, dopo alcuni oggetti che mi parevano inutili, dopo altri oggetti che prima mi erano parsi necessari, un giorno vendetti la macchina da cucire — scomparve l'ultima gioia della nostra casa. — Angela si provò a cucire a mano, ma non sapendo molto, si punzecchiava le dita per fare in un'ora di fatiche e di lagrime il lavoro di pochi minuti — non guadagnò più i suoi pochi soldi che me la facevano orgogliosa e contenta. Un giorno la bambina ebbe fame — essa non me lo disse sapendo che era inutile e non volendo affliggermi, ma io l'indovinai... perchè avevo fame anch'io — corsi da tutti i miei conoscenti, mostrai nuda la mia sventura, di cui fino allora ero stato geloso, tornai con poche lire, si cenò. Un altro giorno ritentai, ma non avevo più nulla di nuovo a dire, tranne che avevamo fame ancora... Ancora? — ed è questo l'orribile che si può aver fame tutti i giorni — e nessuno lo crede... Mi cadde sott'occhio l'avviso del giornale, mi venne un'idea — scrissi; quand'ebbi buttata la lettera nella buca già ero pentito — pensavo che quei foglio bugiardo avrebbe portato una falsa gioia od un falso dolore... il domani venni alla posta ad aspettare il signor Nebuli...
— Comprendo, — interruppi, — lei ci ha veduti e ci ha seguiti, per ispiegarci tutto, per toglierci forse da un'ansia crudele.
Il signor Salvioni crollò il capo amaramente.
— No, no.... avrei aspettato domani forse.... ma la piccina ha fame anche oggi.... —