E tornò a ridere, e tornai a farmi pensoso.
Il signor Bini recò le più liete notizie della ragazza, che era una bella bambina tutta occhi; del signor Salvioni, che era propriamente onesto e disgraziato; del loro appetito fenomenale e della macchina da cucire, che era di Elias Howe a doppio punto.
Quante ciancie a tavola! Quante risate! Quanti bicchieri! Solo sotto le mie ciancie rimaneva un sottinteso, e le mie risate avevano i sordini, e nei bicchieri che mi vuotavano in corpo il buon umore rimaneva la feccia d'un pensiero importuno. Ma tutto questo in principio; alle frutta, quando fui proprio saturo di buon umore, risi anch'io a gola spiegata, sprigionai anch'io tutti gli spiritelli che avevo sulla lingua.
Uno ne buttai in faccia al signor Bini — uno capace di farlo sparire sotto la mensa.
— Quel povero Salvioni, — dissi — com'era mortificato d'aver preso ad imprestito un nome non suo! Che anima candida deve avere! Ha fatto lo scrivano d'un avvocato senza farsi una macchia d'inchiostro! —
Naturalmente guardavo il signor Bini, e il signor Bini guardava me, e rideva e rideva. Invidiabile faccia tosta!
Fu proprio in mezzo al cozzo degli ultimi bicchieri che l'uscio si aprì, ed io compresi dal modo d'aprirsi che lasciava passare una brutta notizia.
Entrò Marco, l'enorme Marco, a cui dopo il tramesso coi pisellini avevo sempre dato del voi; entrò recando una lettera.,..
Valente l'aprì, la lesse, balbettò che era uno scherzo, rilesse — io mi ero rizzato in piedi.
— Andate pure, — consigliai a Marco, che rimaneva a fare il curioso.