Non si parlò più che della spuma del mare; perfino le gazzette si svegliarono dai loro sonni politico-amministrativi, per dare un'occhiata alla Mostra Permanente, ove era apparso un ospite illustre, un ospite celebre, un capolavoro. La critica, o generosa o crudele, andava fino a maltrattare quante Veneri erano venute, prima di questa, a domandarle la sanzione d'una voga capricciosa. Vidi io stesso, coi miei occhi li vidi, maestri canuti, e buoni, e generosi, come tutti gli artisti veri, pittori celebri da mezzo secolo, che sarebbero stati felici di stringere la mano al loro giovine collega — li vidi, con questi miei occhi li vidi, arrestarsi mutoli dinanzi al quadro e guardarsi sospettosi intorno, come temendo d'essere mostrati a dito per buoni da nulla; e li vidi qualche volta passare accanto a Valente, e non guardarlo, o guardarlo e fingere di non conoscerlo, e non volersi voltare anche se un amico ingenuo, che camminava al loro fianco senza sentire come batteva il loro cuore, li avvisava allungando il dito per mostrare il giovine pittore divenuto celebre in un quarto d'ora, il quale era così felice e tanto modesto da non accorgersi di nulla.
Ed avrei voluto andare incontro a quei vecchi e dire: — stringiamoci tutti la mano e facciamo noi la critica alla critica; sorridiamo degli entusiasmi ciechi della folla, che si tirano dietro le loro sorelle cieche — le dimenticanze ingiuste; il capriccio e lo stordimento non ci rendano capricciosi e storditi; l'arte è un palio, noi che siamo.... cioè no, voi che siete gli arrivati non offenda il plauso frenetico che saluta noi.... cioè gli altri che arriveranno — è un quarto d'ora che passa per tutti — noi siamo l'arte, noi dobbiamo essere l'amore.
Avrei voluto dir tutte queste cose, e le avrei dette meglio di così, mi pare, ma con quale autorità entrare io di mezzo, anche potendo, a conciliare i celebri d'ieri coi celebri d'oggi, io che non era celebre niente affatto e non speravo di diventarlo mai? In qual modo dir noi senza cacciarci me come un intruso? Perchè.... sappiatelo, sotto la mia gran gioia di vedere Valente arrivato alla gloria, ci era il mio gran dolore, il mio sconforto immenso di non essere capace io pure di fare alcuna cosa di buono.
Nei primi giorni mi era come venuta la febbre di far miracoli, misuravo il mio studiolo a gran passi, sollevavo la fronte e nel soffitto guardavo audacemente i cieli dell'arte, e stemperavo i colori, dai quali mi proponevo di ricavare un superbo quadro di genere, e lavoravo, lavoravo; ma di repente svaporava la mia ubbriacatura, mi cadevano di mano i pennelli — ridiventavo me stesso, vale a dire un dodicesimo di una qualsiasi dozzina, il rifiuto delle matematiche e della filosofia, a cui l'arte aveva fatto l'elemosina.
In quest'occasione mi si fece palese più che mai l'indole generosa di Valente; avendo egli avuta una grossa fetta di gloria, e spiacendogli tenerla tutta per sè, nè sapendo in qual modo farmi entrare a dividerla, cominciò a trovare così grazioso il concetto, così giusto il disegno, così sobria l'espressione del mio nuovo quadro di genere, che finì col farci fare la pace.
— Ti sta bene medicare le mie ferite, — gli dicevo, — perchè sei stato tu, cioè stata la tua Venere, a sollevarmi prima fino alla sua altezza, a lasciarmi poi cadere di peso sul lastrico della via; tutte le opere di genio sono crudeli colla gente, che ha solo della buona volontà.
— Ma, tu sei un artista!
— Ah! Oh! Non me lo dire; io sono un uomo ordinato....
Calunniavo l'ordine, ma dicevo la verità; qualche volta, pigliandomi la febbre, mi pareva di dover incominciare di lì appunto, dal mettere cioè a soqquadro il mio studiolo, le tele capovolte, i pennelli coi manico immerso nel secchiello.... ma oltre che non sapevo immaginare che un disordine ordinato, pensavo: — È inutile, non resisterei a lungo, domani rimetterei le cose come stanno oggi, e la mia arte non farebbe un passo innanzi.
Il mio buon senso non mi abbandonava mai. Oh! se bastasse il buon senso per far tele meravigliose, come quelle che sogno alla notte, quando il mio buon senso dorme!