Come potete immaginare, la mia nuova tela andò più innanzi in due giorni che non avesse fatto in due settimane; m'interrompevo a volte, per andar gravemente a sollevare coll'indice la faccia soave della mia Annetta, china sul cucito, e dirle un'altra idea, che m'era venuta allora allora, un'altra, un'altra. Mi pullulavano le idee.

— Purchè non mi scappi! — dicevo.

E lei:

— La terrò a mente io. —

Quella sua testina pensosa divenne in pochi giorni uno scrigno.

— Se non mi buscherò un malanno, — pensavo, — se dura la vena, e se avrò fortuna, insomma se mi lasciano fare, provvederò di quadri di genere tutte le straniere che vengono in Milano e visitano la Mostra Permanente.

Valente era felicissimo di questo mio entusiasmo, mi diceva bravo stando seduto a fumare la mia pipa nella mia poltroncina filosofica, dandomi i suoi consigli senza averne l'aria.

— E tu, — gli domandai, — che fai ora?

— Io? Nulla.

— Non pensi a dare un successore al tuo quadro?