— Gliene ho dati cento nella mia fantasia, uno più bello dell'altro. Ma non provo nessun bisogno di mettermi al lavoro. Li vedo, sono cento, belli tutti, o almeno mi piacciono — e basta. Però un giorno o l'altro ne incomincierò uno.... domani forse!
— Eccolo lì l'uomo del domani. —
Invece di rispondere, continuava a far capolavori col fumo della mia pipa, ed i domani venivano e se ne andavano.
Dirò ora l'origine di quello che vien riputato il capolavoro mio — perchè ho io pure un capolavoro relativo, e tutti lo possono avere, pittori, scultori e letterati, birboni, purchè abbiano fatte delle birbonate grosse, mezzane e piccine; la più piccina — non si sbaglia — è il capolavoro.
Parlo d'una mattina di novembre, in cui Valente aveva costretto la mia Annetta e me a scendere da basso per far colazione con lui. Aveva qualche cosa da dirmi, ne ero sicuro, e me ne persuasi tanto più, quando vidi che a tavola non diceva nulla.
Alla fine del pasto dissi:
— Ho indovinato; tu hai qualcosa da dirmi.
— Hai indovinato, — rispose.
E non disse nulla.
— E indovino di che si tratta.... —