— Andiamo subito a vedere, — disse, e non l'ebbe detto che già aveva la mantellina in dosso, e mi si era attaccata al braccio.

La mia Annetta non sa nascondere nulla; se ha un'allegria, una contentezza, od un malumore, bisogna che le venga fuori negli occhi, nelle parole, negli atti. Quando una cosa le piace, state sicuri che dirà: bella! e lo dirà con enfasi, anche se la prudenza consigli e raccomandi di non fiatare. La camera da letto era bellissima, il tinello bellissimo, bellissimo lo studiolo, la cucina bellissima, bellissimo tutto — e con enfasi; e siccome il portinaio, che ci accompagnava, non apriva finestra o porta senza farci notare che chiudevano benissimo, che erano tinte benissimo, e si provò persino a persuadermi (ma senza enfasi, siamo giusti) che certi fiori scellerati, dipinti sul soffitto parevano staccati or ora dagli steli e messi li per capriccio — così incominciai a temere che di fronte a tanti superlativi non mi avesse poi a riuscire un mio bel disegno, che era di ribattere cinquanta lire dal prezzo d'affitto. Perciò senza dar tempo al portinaio di trovarsi a quattr'occhi col padrone di casa, domandai se gli si poteva parlar subito, ed il portinaio rispose di , e si avviò innanzi, e noi dietro. Allora io dissi, come rispondendo a mia moglie, che non aveva aperto bocca: — Sì, sì, non ci è male! è un po' piccino però! — ma mia moglie, la quale quando è in festa non ci vede più, non badando alle mie occhiate, rispose: — per noi altri ce n'è di troppo! — Mi sarebbe venuta la tentazione di darle un pugno, se non fosse stata la mia buona Annetta.

Scendemmo quattro scale, ci fermammo al primo piano, dinanzi ad uno stoino che diceva: salve. Quella garbatezza messa lì, sull'uscio, per incominciare a fare gli onori di casa, mi piacque. Purchè il padrone non sia uno di quelli che, quando hanno incaricato uno stoino di dir salve al prossimo, si credono in diritto di misurarne la statura e la borsa, e di spendere tutta la loro superbia colla gente piccina e colle borse magre!

Così pensando, guardai alla scritta che luccicava sulla porta e lessi: Nebuli.

— È curioso!

— Che cosa? —

Ma non potei rispondere alla mia Annetta, perchè in quella s'aprì l'uscio e noi fummo propriamente sbalorditi dalla solennità del grosso servitore in livrea, e dal lusso dei mobili e dei tappeti che si vedevano in una fuga sterminata di stanze. Rinunzio a descrivere tutto quanto vi era di opprimente in quel lusso, vi basti sapere che dopo essermi fermato e seduto (perchè il servitore volle così) sopra una seggiola coperta di raso, come se mi ci avessero inchiodato, io non pensava più a ribattere cinquanta lire sulle seicento del fitto, e che se il proprietario avesse avuto la furberia di chiedermene mille per bocca del suo grosso servitore, io sul momento avrei trovato quella somma una miseria, a costo di non lasciarmi più vedere per sottoscrivere il contratto.

Entrò un uomo, noi ci rizzammo in piedi di scatto; io feci un inchino solenne, poi lo guardai; mi guardò.... — Ferdinando! — gridò egli; ed io dissi: — Valente! — E corsi a lui calpestando i tappeti, ed egli a me, e ci abbracciammo stretto.

La mia Annetta sorrideva. Fu allora che pensai quello che avreste pensato anche voi, cioè che si danno al mondo delle combinazioni curiose.

— Sei proprio tu? — chiesi a Valente misurandolo cogli occhi e dando un'occhiata fuggitiva ai mobili, alle dorature. — Sei proprio tu Valente Nebuli, il famoso pittore di prospettive lontane?...