Provai a mettermi alle calcagna del vecchio per raggiungerlo; egli mi lasciava dire, finchè con un nuovo balzo si spingeva distante, ed io di nuovo dietro. L'ordine faceva questo — (lo avevo detto anch'io) — faceva anche quest'altro (questo pure avevo detto e ne chiamavo Valente in testimonio) — ma infine l'ordine fece cose, di cui io non l'avevo mai creduto capace, e allora mi rassegnai a restituire il suo sorriso malizioso all'amico Valente.
Una bizzarra maniera, tutta propria del signor Bini, era quella di non darsi mai vinto.
Mi provai una volta che egli diceva sì a dir di no, egli ripetè sì, io no.... — sì — no.... sì — ammutolii; un'altra volta egli disse no, io sì — no sì.... no — tornai ad ammutolire.
Immaginando che entrasse anche questo nella sua monomania dell'ordine, mi proposi di lasciarlo dire sempre, senza contrastargli. Ma egli non pareva contento della nostra approvazione muta; quando aveva dato alle sue idee una foggia paradossale e non si vedeva contraddetto, mandava in giro certe occhiate di sconforto e correggeva egli medesimo la sua sentenza.
Una volta aveva sentenziato:
— Il disordine non esiste.
Valente uscì a ridere forte — io zitto.
— Non esiste il disordine.
Se dicendo esiste, avessi potuto distruggerlo (il disordine, intendiamoci, non il signor Bini), non lo avrei detto.
E il vecchio, dopo d'avermi cimentato invano, sorrise e si corresse così: