— E Valente? — pensai. —
Il giorno dopo Valente venne da me; era pallido più del solito; senza dir parola, egli mi spiegò benissimo che aveva bisogno d'andare a spasso sul bastione con me solo, od almeno io l'intesi così; infilai il pastrano, piantai in testa il cappello a staio e gli tenni dietro.
Non tentai nemmeno di cacciare il mio braccio sotto il suo, perchè pensavo: se due che camminano a braccetto hanno bisogno di dire qualche cosa di grave, che fanno prima di tutto? si snodano; dunque...
Valente camminò al mio fianco un tratto, senza dir parola; seguiva coll'occhio le foglie secche che si staccavano dagli ippocastani e cadevano lentamente facendo i giri d'una spirale; all'ultimo disse le stesse mie parole di poc'anzi:
— Il signor Bini deve essere il signor Bini — non ne dubito più.
— Nemmeno io; e se anche si è cacciato in mezzo a noi per un incarico avuto, non è che un mediatore volgare, molto furbo, molto testereccio e troppo ordinato. —
Così risposi io per vedere di farlo almeno sorridere; non mi riuscì.
— Se ha un mandato da un altro, da lui, — tornò a dire l'amico Nebuli serio serio, — evidentemente non sa nulla di nulla.
— Però, notai, basterebbe sapere chi lo manda; e scoprir questo non dev'essere difficile, se tu gli vendi il quadro....
— Non gli venderò nulla; — m'interruppe con calore; — non capisci che quel quadro è mio?