Suonò il campanello; io, invece di andar di sopra, rimasi per salutare la signora Chiarina, la quale, avendo al modo di suonare riconosciuto Valente, dall'uscio d'un salotto si affacciò nell'anticamera. Sorrideva come un raggio di sole.

— Come stai? — le domandò l'amico mio correndole incontro; mi parve che essa gli dicesse una parola ali' orecchio, ma non ne sono sicuro; è certo che si abbracciarono in mia presenza, e che da quella stretta d'amore Valente uscì tutto trasformato, raggiante.

— La signora Chiarina era malata? — domandai facendo l'ingenuo.

— Non si sentiva bene, mi rispose l'amico Nebuli, e gli tremava la voce.

La signora aveva il viso rosso, li lasciai soli.

Mezz'ora dopo, grave in volto, ma senza ansia nè spasimo di nervi, Valente mi pigliava in disparte:

— Ti accomoda che andiamo ora all'ufficio del giornale?

— Mi accomoda.

— Lo vuoi preparar tu l'annunzio?

— Lo preparo io.