— Valente mio, hai ragione: il signor Bini non è il signor Bini. —
XIII. Mia moglie ne fa una grossa.
La sera del giorno successivo eravamo raccolti intorno al focolare, Valente, le nostre donne ed io; ma da un quarto d'ora una specie di muraglia di granito pareva dividerci.
Ogni tanto mi provavo a sparare qualche cannonata per demolirla, senza staccarne più di tre schegge: tre monosillabi; finalmente scoraggiato rinunziai all'impresa, e m'abbandonai anch'io alla china dei miei pensieri, i quali scendevano tutti verso la signora Chiarina e Valente.
A un tratto il grosso servitore entrò recando i giornali della sera ed una lettera per me.
— Il portinaio, — mi disse quell'uomo solenne, — andava su a portargliela; gli ho detto ch'era qui, me l'ha data.
Quando per caso il grosso servitore parlava a me che stavo a sedere, mi dovevo far forza per non dirgli: — si accomodi — ed ammiravo Annetta, la quale fin dal primo giorno si era sentita capace di spiattellargli sulla faccia il suo battesimo, che era Marco, e di dargli del voi.
Non crediate ch'io lo trattassi col lei, gli davo del voi anch'io, solamente non glielo davo mai.
— Grazie — dissi e presi la lettera.
La mia Annetta e la sua Chiarina si spartirono i giornali; Valente non staccò gli occhi dalla bragia, intanto che io scorrevo curiosamente la lettera, sulla cui soprascritta si leggeva urgente, e che non urgeva niente affatto, almeno secondo il mio modo di veder la cosa.