— Lavorando.
— Ne sei sicuro? —
Veramente non ne ero sicuro, perchè non sempre, neppure lavorando, si placa o si doma; ma se la cosa non riesce, rimane il conforto.... voi sapete quale — io v'infastidisco e smetto.
Dicevo a me stesso: — quando Valente abbia vinta o perduta la lite, quando abbia intascato l'eredità e restituito la moglie — o viceversa, allora forse metterà un po' d'ordine nelle sue idee, e non è possibile che si lasci corbellare dall'avvenire.
Così dicevo a me stesso, ma senza fidarmi troppo.
Una mattina eravamo usciti dalia posta; le lettere erano molte, ed io me n'ero impadronito per forza d'abitudine e niente più, poichè, dopo tante paure vane, anche l'amico Nebuli cominciava a pigliar coraggio e sarebbe stato capacissimo di far di meno della mia assistenza.
Io avevo preso un tono corbellatorio, una specie di solennità nasale, di cui (chi sa?) Valente era anche capace di ridere.
Quel giorno dicevo:
— «Al celebre signor Valente Nebuli, pittore.... Sampierdarena — 20 novembre....» — è uno che ti vuol tentare a vendergli la Spuma del mare; se non ti lasci sedurre questa volta, ti metteremo sotto una campana di vetro.... indovina quello che ti offre.... mille lire.... e più se occorre, ma naturalmente spera che non occorra.... Che cosa dobbiamo rispondere al signor Campori?... Rispondiamogli che egli ha a Sampierdarena un mare meglio riuscito del tuo.... faccia mettere in cornice quello; spenderà meno.... —
Valente rideva.