— Questa è d'uno che ha conosciuto un certo Salvioni.... bresciano, studente di medicina a Pavia.. biondo.... non aveva ancora cicatrici, dice lui.... ma può essersele fatte dopo.... si rimette alla tua generosità pella mancia.... quest'altra.... —

Ma qui trovai un intoppo, un intoppo enorme. Non mi pareva vero, e tornavo a leggere.... non risi più.

Quella lettera diceva:

«Al signor V. Nebuli — ferma in posta — Milano.

«Stimatissimo signore,

«Se Giorgione è morto, me ne dispiace assai, perchè era certo migliore di tanti che sono vivi; mi si dica quando e dove posso trovare la persona che desidera le notizie su Giuseppe Salvioni; io gliele darò autentiche, perchè Giuseppe Salvioni sono io. — Scrivere fermo in posta; — Milano.»

Certo Valente mi lesse in faccia la brutta notizia, perchè, senza dir parola, mi tolse la lettera di mano, e mi guardò in volto ridendo d'un riso amaro.

— Ci siamo finalmente, — balbettò, — ebbene, tanto meglio, la farsa ha durato troppo. —

Piegò la lettera senza leggerla, la pose in tasca, e abbottonato il pastrano, s'avviò a gran passi.

Non sapendo che dirgli, gli camminavo al fianco in silenzio. Nel passo, nel modo di tenersi ritto e di guardare innanzi, l'amico mio aveva una bizzarra energia che era disperazione.