Non era il momento di dirgli quanto pensavo, ma pensavo che quello era il modo migliore di far la peggiore delle corbellerie — e mi proponevo di farglielo toccare con mano più tardi.

La signora Chiarina ci venne incontro, ed interrogò collo sguardo. — Valente ebbe la forza di ridere per ingannarla, ma la cara donnina leggeva cogli occhi dell'amore, e continuava ad interrogare lui e me.

Finalmente disse:

— Egli vive, non è vero? —

E siccome nessuno le rispose, — Ah! Valente! — mormorò; e stette immobile, nel mezzo della stanza, cogli occhi aperti, fissi e lagrimosi.

A un tratto Valente cacciò la testa fra le mani e fuggì per nascondermi le sue lagrime. Io guardai l'uscio, dietro il quale era scomparso, poi le finestre, a cui s'affacciava un raggio allegro di sole, poi il visino bianco e gli occhi aperti, fissi e lacrimosi della signora Chiarina. Sentii che me le dovevo accostare, mi accostai, ma nessuno mi suggerì una parola di conforto. All'ultimo le pigliai una mano che ella mi abbandonò senza resistere.

— Se sapeste quanto ci amavamo!... —

Questo solo disse: poi si asciugò le lagrime, tolse delicatamente la mano dalle mie, e chiedendomi scusa collo sguardo, andò a portare una carezza al mio povero amico.

Ed io le venni dietro come uno smemorato.

XV. Il signor Salvioni viene.