Non so più che rispondessi a Clelia; so che la contessa mi prevenne.
--Levatevi di capo queste melanconie, disse ella; voi siete giovane, bella, amata--voi dovete vivere, vivrete, sarete felice.
--Lo credete? riprese a dire Clelia--gli è bene perchè io sono giovane e amata che ho paura di morire.
E siccome io mi faceva triste in volto, soggiunse sorridendo:
--Ho speranza anch'io di vivere.
Una parte della notte passò quasi lieta. Clelia rianimata sempre più era diventata scherzosa, e s'abbandonava a fantasticherie pell'avvenire.
Quel sognare ad occhi aperti così proprio dell'infanzia non è forse altro che una malattia dello spirito. E gli infermi assomigliano in questo appunto ai fanciulli--essi hanno vissuto in certo modo lontani dal mondo, hanno sentito la vita fuggire dal corpo, e pare loro che il mondo li attenda a braccia aperte, e la vita non prometta che rose. Hanno dimenticato gli affanni che turbarono un tempo le loro notti, le lagrime versate, le amarezze d'ogni giorno, le perfidie, gli inganni, le mentite lusinghe--e sorridono al mondo ed alla vita. Benefica illusione, ma breve, come ogni bene che è frutto di dolore.
--Verrò alle vostre serate, disse Clelia alla contessa--L'inverno prossimo voi ne darete, non è vero?
--Senza dubbio, mia cara, rispose la contessa.
--E tu mi ci condurrai volentieri, aggiunse Clelia volgendosi a me--è là che ci siamo conosciuti, che abbiamo incominciato ad amarci. E dite dunque--e si volgeva ancora alla contessa--non mi avete parlato della moda.