Parve lottare un istante; poi con un debole sforzo si trasse più presso a me, e balbettò al mio orecchio: "mi perdoni?"
--Che cosa? domandai, ma il mio cuore l'aveva indovinato.
"E potevi tu comandare al tuo cuore, povero angiolo?" pensai dentro di me--"Ti amo!" le dissi forte.
--Mi perdoni? insistè.
--Ti perdono.
Le sue labbra gelide si posarono sopra la mia faccia, e la sua mano trovò ancora la mia; ricadde sul guanciale e chiuse gli occhi per dormire.
LXVI.
Da qualche tempo io lottava per non lasciarmi vincere dal sonno. E fui preso da quel vago sopore dello spirito che non è dormire, ma sognare.
Tristi sogni quelli delle veglie notturne al capezzale d'un caro infermo.
Un orologio battè le due ore.