Scossi bruscamente il capo per tenermi desto, mi venne in mente la contessa che m'avea pregato di farla avvisare a quell'ora, e pensai che non sarebbe stata carità il farlo.
Guardai il volto di Clelia. Era sereno. Appoggiai il capo al guanciale di lei.
Non so quanto tempo trascorresse di tal guisa; io mi era ridato un'altra volta a fantasticare. I miei pensieri erano meno tristi. Pensavo a Clelia, mi lusingavo che sarebbe guarita; mi proponevo di farla felice, di dimenticare e di farle dimenticare. In quel momento io era buono, avevo pietà dello strazio patito da Clelia, ed avrei voluto aggiungerlo al mio. Ne sarei forse morto, ma nelle sue braccia, felice di pagare a questo patto la felicità di lei.
All'improvviso sentii la mano di Clelia stringere più forte la mia.
"Ella si desta" pensai.
Mi rizzai, vidi il suo labbro muoversi mormorando qualche parola.
"Incontrerà il mio bacio" e la baciai sulla bocca. Quelle labbra erano fredde, un alito lieve lieve come quello d'un bambino sfiorò le mie guancie.
Attesi, invano. Pensai allora che sognasse, ritrassi il capo, per non svegliarla.
Un gemito, un orribile gemito, partì dal petto della meschina, il suo corpo si rizzò a mezzo sul letto e cadde rovesciato fra le mie braccia.
"Clelia! Clelia!"