Le sollevai la fronte, le toccai il seno e i polsi.
"Clelia! Clelia!" gridai un'altra volta disperato.
Non mi rispose, non mi avrebbe risposto più mai--era morta.
Caddi senza pensiero, senza vita, sul letto, col corpo di Clelia stretto fra le mie braccia.
Quando mi svincolai da quell'amplesso, l'alba penetrava attraverso i vetri...
Charruà bocconi per terra, la contessa immobile a piedi del letto,--piangevano entrambi.
Io guardava la luce del giorno che batteva sulla fronte della povera morta: ma i miei occhi non avevano lagrime."
LXVII.
"Poichè il mio cuore non si spezzò in quel giorno, io penso che il dolore sia impotente ad uccidere.
Vi fu un istante in cui mi parve che non avrei resistito a quell'urto, e me ne compiacqui; la morte non mi faceva paura, la invocavo come un benefizio, però che assai più duro strazio m'era il sopravvivere a lei. Egoismo mascherato di amore e di sacrifizio!