"Anch'io.

"Ed assiso a mensa.

"...Anch'io.

Deh! che il cinismo non innalzi la sua bandiera; e che non si creda pur un istante ch'io voglia rinnegare il sentimento. Ma poi che so che a questo solo patto mi sarà data fede, io lo confesso arrossendo: "avevo appetito."

D'onde avviene egli mai che i nostri propositi più saldi, che parevano sfidare l'infuriato scatenarsi dei venti, si scompongano e si sfascino al primo urto delle passioni? E con quale intendimento, mio Dio, hai tu voluto sottomettere l'uomo, quest'essere dai giganteschi concepimenti, dalle fantasie fervide e creatrici, alla più meschina delle sue debolezze? Però che se tu ne hai dato l'amore e la compassione per nobilitarci, gli impeti spesso generosi dell'ira e il martello del rimorso a temperare la fibra del nostro cuore, dovevi risparmiarne la Vanità, questa sterile e bugiarda compiacenza di noi stessi, che ne ha raddoppiato sul volto la maschera dell'istrione, e ribadito al piede la catena del servaggio.

E non mi era appressato alla soglia, che già il tarlo, che su per le scale avea incominciato a rodermi dentro, mi torturava a smaniarne. Io pensava all'allodola, al mio travestimento da cacciatore, ad Ortensia.

"Ahimè! che tu sarai ridicolo, e n'avrai le beffe--brontolavami sordamente il mio demonio--Vedi, ricco bottino! E come vorrai tu con questa raccomandazione guadagnare il cuore della tua donna?

"Me misero! me misero!--ripetevo avvilito--ahi! tristo cavaliero ch'io sono!

Però io mi trovai innanzi ad Ortensia così confuso, da parere uno scolaretto colto in fallo che s'aspetti lo staffile.

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