Ortensia era mesta--non avrebbe riso di me.
Ma se questo pensiero mi rasserenava l'anima, vi suscitava in altro modo una tempesta. E chiesi a me stesso quale si fosse la cagione di quella melanconia, e se io vi avessi parte in qualche guisa. Così di fantasma in fantasma credetti aver dimenticato il mio primo timore.
Ma a provarmi come io avessi contato troppo presto sulla vittoria, e come l'amor proprio sia tale inimico onde è folle cosa sperar la resa al primo scontro, sopravvenne in quel punto Augusto. Il quale, senza un riguardo al mondo al mio imbarazzo, veniva querelandosi e beffandosi a un tempo della nostra mala ventura--e ad avvalorare le sue parole, deponeva l'ampio carniere a fianco della sorella.
Se io dirò che in quel punto non erami facile sorridere, sarò creduto; ma per non parere da meno, composi le labbra ad una smorfia che voleva essere un sorriso. E chi pensi come incominciassi appena allora ad invaghirmi d'Ortensia, e come l'amore muova i primi passi sulla via della vanità, accolga la confessione ch'io faccio, e giustifichi la mia debolezza.
Ortensia pose la mano nel carniere, e trassene l'allodola. Io che andava spiando sott'occhi per indovinare dal viso le prime impressioni del suo spirito, vidi il suo ciglio volto al povero animale, e raddensarsi sulla sua fronte marmorea la nuvola di mestizia che l'oscurava.
Non disse motto--ma porgendo d'una mano la morta allodola ad Augusto, posò l'altra sulla spalliera d'una sedia, e vi si lasciò cadere con abbandono.
Augusto fè una giravolta sui tacchi, chiamò a sè Febo, e s'allontanò fischiando fra i denti.
Rimasi solo con essa. Il cuore mi batteva a spezzarsi. Non sapendo distaccare gli occhi da quelli di Ortensia che mi ammaliavano, io mi sentiva come avvolto da un fascino magnetico. Vi fu un istante in cui la mia vita si era a così dire moltiplicata, in cui mille diverse sensazioni succedendosi bizzarramente, si contendevano l'imperio dei mio spirito.
Animato nel proposito di palesare l'amor mio--dappoi che lo sentiva crescere a un tratto nel mio core, e mi pareva propizio l'istante--io vedeva Ortensia più bella e più seducente, e leggeva nel suo sguardo un tacito invito. Ma in pari tempo notava il pallore delle sue gote, l'immobilità delle membra--allora io smarriva ogni forza.
"Sedetevi" mi disse Ortensia sorridendo mestamente.