M'assisi.

"Qui, vicino a me."

M'accostai con uno slancio improvviso--e mi posi al suo fianco; e così da presso, che alcune anella della sua chioma di ebano mi sfioravano il volto.

"Che avete?" le domandai con dolcezza.

"Nulla;" ma non potè celare il turbamento, e si lasciò sfuggire dalle mani la pezzuola. La raccolsi in un baleno. Se non che anch'essa s'era chinata a quel fine; e però nel risollevare il capo, incontrai il suo volto vicinissimo al mio, e sentii sulle labbra la fragranza del suo respiro. Si lasciò sfuggire un picciol grido, e diede addietro nascondendo il volto incarnato da lieve rossore--poco stante mi rese grazie della pezzuola, e sorrise.

Quel sorriso parve alcun poco dominare la mia timidezza. M'impossessai della sua mano con vivacità e volli appressarla alle labbra, ma a mezzo l'atto mi mancò l'ardire; sentii quelle dita di fata stringersi dolcemente alle mie, e sfuggirmi senza che avessi forza di rattenerle.

Se mai proposito fallito ebbe virtù di accasciare l'anima dell'uomo, quello certamente è fatalissimo che, generato di debolezza, più ne tragge forza e valore, ed armi potenti, quanto più indifeso e vacillante è il petto che essa offerisce ai suoi colpi. E mi rimasi sbigottito ed immobile come chi, essendo assai poco soddisfatto dei fatti suoi, ne incolpi sè medesimo, e mentre voglia disfogare il dispetto in rimbrotti, misuri le sue forze, e le riconosca troppo fiacche per potersi lusingare di porre almeno riparo alla prima debolezza. Perchè, sentendo vacillare la confidenza in sè medesimo, così si smarrisca e si prostri, da non poter levare la voce severa del rimprovero.

Ortensia mi guardò e chinò il capo. Forse ella leggeva nel mio seno la tempesta che vi ruggiva, comprendeva il mio imbarazzo, ne aveva pietà--forse lo divideva.

Così l'Amor proprio ritentava le sue lusinghe.

E s'io non dicessi che n'ebbi conforto, mi risparmierei forse una confessione penosa, ma getterei un mantello lacero sulle forme ignude della Verità, creandole--frutto di colpa che non è in essa--la Vergogna.