Poco stante mi sentii riconfortato; e questa volta da senno; e levai la fronte securo, come chi sa d'avervi scolpito l'animo suo. Però se la frase acconcia mi giungeva compagna col proponimento, quello, io credo, sarebbe stato l'ultimo battito ignorato del mio cuore.

Ma in quella che io mendicava al linguaggio degli uomini la parola che rispondesse al sentimento profondo dell'anima, Ortensia fissò lo sguardo sovra di me, e con insistenza così palese, e con espressione di tanta e dolcissima mestizia, che io ne perdetti affatto affatto la rettorica.

"Quanto doveva essere felice!" disse ella sospirando.

"Chi?" domandai a me stesso--e non osavo interrogarla. Mi lesse in volto, e sorridendo:

"Non è egli vero, signor Giorgio?

Dio mi era testimonio se era vivo in me il desiderio di non contraddirle; e fu ventura che lo zelo non mi acciecasse, e non mi venisse detto colle labbra "verissimo." Ma già io l'aveva detto col cuore--e s'egli fosse vero che v'ha un linguaggio misterioso che traduce con accenti susurrati da anima ad anima le più riposte pagine, dove non è occhio che penetri, certamente Ortensia avrebbe udito quel motto.

"E chi?" mi domandai un'altra volta senza frutto. "E se voi, aggiunsi più forte volgendomi ad Ortensia, e se voi, avvenente ed inconscia della vita, non siete felice, chi mai, buon Dio, potrebbe esserlo?"

Come ebbi detto tali parole mi atteggiai in atto di aspettazione, così pago di quest'eloquenza suggeritami dall'imbarazzo, e così fiducioso del buon andamento del nostro dialogo, che mai uomo non fu più lieto e securo dei fatti suoi.

Ortensia sospirò. Secondo i miei calcoli anche questo sospiro ci avea da entrare--e ne trassi pronostico buono.

"Aimè! sì... ell'era felice; aveva due alettine vellutate che la sollevavano nell'aria, poteva volare... che bella cosa! levarsi su, su, tra le nuvole--ed ora..."