Così quell'innocente veniva ridestando gli affanni del mio cuore. Per un istante volli provarmi a sorridere; ma era sul suo viso infantile tale una espressione vaga di mestizia, e tanta semplicità, da confondere il riso beffardo dei cinici. Però io ne rimasi debellato.
Domandai a me stesso perchè quelle parole mi ferissero, e se mai fossero dirette a ferirmi.
Aimè, sì. "Tu sei stato l'uccisore" ripetevami la coscienza.
Senonchè il mio ribelle desiderio tenne duro, e si dibattè buona pezza. Ricordai Augusto, la sua vantata perizia di cacciatore, il senso di commiserazione che aveami suscitato la morte dell'allodola--e pensando essermi scaricato, respirai più libero.
"Non l'ho uccisa io" fermai nella mia mente; e a prevenire l'accusa, mi rivolsi ad Ortensia.
E già la discolpa venivami per le labbra; ma un sentimento soffocato di giustizia mormorava sordamente contro la mia intenzione; e ne conobbi mio malgrado la codardia--però che io avrei addossato una parte del mio carico ad Augusto. Il quale, s'egli è vero che, tentando di usurpare la mia porzione di merito, aveva in certa guisa provocato questo castigo, non avrebbe tuttavia giustificato giammai la mala fede che me, reo di pari colpa, avesse indotto a farla da giudice.
Però, sdegnando il sotterfugio, mi raccolsi al pentimento; e con tanta sincerità, che quando gli occhi di Ortensia s'incontrarono un'altra volta nei miei, e vi lessi la domanda temuta, non pure mi assoggettai senza lamento alla mia parte di rimprovero, ma col silenzio e col sorriso lo feci tutto mio.
* * * * *
Uscii. La brezza della sera avrebbe rasserenato la tempesta del mio cuore.
E poi che pungevami vaghezza di solitudine e di meditazioni, trassi per un sentiero tortuoso che mettea capo ad una chiesuola romita, ove per lagrime versate dovea più tardi lasciare tanta parte di memorie. Ma allora io non vi andava per piangere--però che io non avessi che diciott'anni, e a quell'età la mestizia non conosca le lagrime più amare--quelle che spreme la colpa. Sibbene io vi andava per rapire alla natura il linguaggio dell'amore, per mormorare col labbro giovanile una preghiera, un inno, in cui si trasfondesse la piena della mia anima irrequieta.