Diciott'anni!--Che son essi mai diciott'anni?... Una fede, un amore. O piuttosto una febbre di vita, in cui si trasforma il fanciullo e nasce l'uomo--un culto da cui si apprendono le prime e spesso seducentissime immagini del dolore. Ma, ahimè! una febbre che non torna, un culto che dura severo, ma non si rinnova più mai.
Io salia lentamente. Contemplava la robusta famiglia di gelsi, e i generosi vigneti che coronavano la collina, i ranuncoli che gettavano i loro fiori dorati a piè del muricciuolo, e la vitalba dalle braccia serpeggianti...
Intanto l'agile libellula, l'aerea danzatrice dalle ali di raso, veniami attorno precedendomi nel cammino.
Il mio cuore quetavasi a quello spettacolo--io ritrovava un palpito, un saluto per ogni cosa.
"Questo è dunque l'amore" pensai poco stante--"riso di natura e di cielo, un'ultima rondine che migra, un'immagine fantastica di donna, e un cuore che batte."
M'arrestai un istante. Il mio pensiero si restituiva con ardore ad Ortensia. Io la vedevo ancora, analizzava il suo sguardo, il suo gesto, le sue parole. Nè da prima v'avea posto mente, ma certo io non poteva andare errato: qualche cosa di segreto si passava nell'anima d'Ortensia.
Che mai? Lo ignoravo. Ma la sua mestizia profonda rivelatasi al primo sguardo, e l'eccessiva sensazione di compianto prodotta in lei dalla vista dell'allodola, mi ritornavano alla mente a torturarmi.
A poco a poco però un altro sentimento più potente sviò il corso dei miei pensieri. E mi raccolsi come per penetrare dentro di me, come per rapire il mio segreto--e mi domandai sbigottito: "amo io davvero Ortensia?"
... L'agile libellula dalle ali di raso veniami intorno precedendomi nel cammino. Dai pampini accarezzati dallo zeffiro, dalle festuche incurvate veniva languidamente un susurro--dai fiorellini del prato un profumo. L'anima mia esalava l'amore.
M'assisi. Dolce e melanconica cosa un tramonto autunnale--e scorgere le prime stelle in cielo, e gli ultimi fiori nella siepe....