"Amo io davvero Ortensia?"
Una pallida margherita, ingenua sibilla d'amore, ridestava codesta idea che da un pezzo martellavami il capo senza frutto.
Strappai dal suo stelo ricurvo il fiore modesto, e interrogai il suo linguaggio. I petali distaccati, e rapiti dalla brezza, parevano inseguirsi alla guisa di selvatiche colombe. L'immagine trassemi a pensare ad Ortensia, a fantasticare viaggi capricciosi per l'etere, a scegliere per comune dimora una nuvola infuocata, e velare e confondere nelle sue trasparenze i nostri amplessi perenni.
E poichè l'una cosa chiamava l'altra, volli sapere se Ortensia mi amasse--ma la margherita erami stata tolta pur essa dal vento; nè io me n'era accorto; però rimpiansi il segreto della mia pace involatomi colle ultime foglie della mia povera sibilla.
Ridiscesi il facile pendio della collina, e così chiuso nei miei pensieri, mi ritrassi nella mia cella.
Non volli vedere alcuno. Augusto venne a picchiare al mio uscio, ma non risposi, e come egli, credendomi a letto, si fu allontanato sulla punta dei piedi, mi svestii in furia, spensi il lume, e mi cacciai sotto le coltri.
* * * * *
... L'agile libellula dalle ali di raso veniami intorno precedendomi nel cammino.
Ed io salia lentamente verso la vetta della collina indorata dagli ultimi raggi del sole moribondo.
Talora io mi arrestava ad udire la nota melanconica d'un grillo solitario, e lo stridulo garrito della gazza bianca che ritornava alla quercia ospitale, e il lamento ripetuto con cui il gufo suole salutare la notte amica. Talora io raccoglieva una campanula azzurra, o divellendo dalle pareti d'un sentiero scavato fra le roccie una manata di musco, scopriva l'ingresso d'un formicajo, o la tana riposta d'un agile ramarro. Tutto attorno a me era lieto e silenzioso; la natura chiudeva gli occhi placidamente ad un sonno non funestato da rimorsi.